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Nouveautés & suggestions du 12/2011

Una e indivisibile
Giorgio Napolitano

“Abbiamo insistito tanto, e con pieno fondamento, su quel che l’Italia e gli italiani hanno mostrato di essere in periodi cruciali del loro passato, e sulle grandi riserve di risorse umane e morali, d’intelligenza e di lavoro di cui disponiamo, perché le sfide e le prove che abbiamo davanti sono più che mai ardue, profonde e di esito incerto.”

Le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia hanno visto una partecipazione popolare al di là di ogni aspettativa: iniziative promosse da istituzioni, scuole, piccoli e grandi comuni, associazioni locali, un’esplosione mai vista di bandiere tricolori. Si è così mostrata la profondità delle radici del nostro stare insieme come nazione, come Italia unita. Le parole scolpite nella Costituzione per definire la Repubblica – “una e indivisibile” – hanno trovato un riscontro autentico in milioni di italiani. Secondo la Carta costituzionale, il Presidente della Repubblica “rappresenta l’unità nazionale”. Giorgio Napolitano ha colto ogni occasione – nella difficile fase attraversata dal nostro Paese e dall’Europa intera – per dare risalto alle ragioni di dignità e di orgoglio nazionale che ci offre la storia del movimento di unificazione. Questo libro, nei diversi testi che lo compongono, tocca gli aspetti salienti di quel processo: la sapiente architettura ideata da Cavour, lo slancio eroico suscitato da Garibaldi, la partecipazione attiva della società meridionale alla costruzione dell’Italia unita, i profondi legami del movimento per l’unità nazionale con le esperienze europee, l’azione unificante della lingua e della cultura. Napolitano non nasconde le zone d’ombra e le promesse non mantenute, in particolare lo squilibrio tra Nord e Sud e l’attuazione lenta e parziale di quell’autonomismo, fino al federalismo, ben presente nelle visioni risorgimentali e infine nel dettato della Costituzione repubblicana. Ma proprio la consapevolezza delle durissime prove che l’Italia è stata costretta a superare per diventare un grande, moderno Paese europeo deve darci quella fiducia indispensabile per superare le ardue sfide che ci attendono.



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L'educazione delle fanciulle
Luciana Littizzetto, Franca Valeri

Ci sono libri – quasi tutti – che si leggono in silenzio, prestando alle parole dell’autore, in mente, il suono della propria voce. Ce ne sono altri con cui invece non si può fare a meno di stare ad ascoltare il loro, di suono. Non semplicemente quello della scrittura, il ritmo della frase, ma proprio un suono vero, corporeo, con un timbro un tono e una cadenza. Sono libri che parlano, che hanno una voce. L’educazione delle fanciulle appartiene a questa seconda rarissima specie, e di voci ne possiede addirittura due, inconfondibili: quelle di Luciana Littizzetto e di Franca Valeri.

Non c’è bisogno di immaginarle, queste due «signorine per bene», basta leggere e le vedi, le senti, e le ascolti volentieri.
Una ha una compostezza tagliente, una gestualità ampia ma elegantissima, l’altra è decisamente più anarchica nei toni e nei modi (se la conversazione si svolgesse a un tavolino da tè, per dire, delle due lei sarebbe quella che si toglie le scarpe e cambia di continuo posizione sulla sedia), entrambe hanno uno sguardo irriverente che trasfigura ogni cosa, e un’ironia che seziona il mondo e poi lo ricuce a modo suo.
A chi, passando davanti a quel tavolino, le ascoltasse distratto, potrebbero sembrare davvero due signorine un po’ frivole e criticone, tutte intente a raccontarsi di primi baci e primi amori, scambiarsi commenti poco benevoli su certi uomini non proprio atletici o non proprio ben vestiti e lamentarsi delle madri e delle suocere. Ma basta tendere bene l’orecchio per rendersi conto che dietro quel chiacchiericcio fitto fitto ci sono due intelligenze spiazzanti, due grandi donne che delle donne (e degli uomini) hanno parecchie cose interessanti da dire. E più le ascolti, più ridi, e più ridi, più ti rendi conto che due signorine così conviene davvero prenderle sul serio.

Dalle lasagne surgelate alla letteratura, dal sesso all’economia domestica, dal lavoro ai consigli di bellezza alla maternità, questo irresistibile duetto letterario mette insieme ricordi, illusioni e delusioni, equivoci, sogni, ma anche luoghi comuni da sfatare o da reinterpretare (perché a volte dietro i cliché più inverosimili si nascondono insospettabili verità), attraversando le età di una donna, dall’infanzia alla vecchiaia, e quelle di un Paese, dagli anni Trenta a oggi (e immaginando, perché no, anche un futuro).
Curato da Samanta Chiodini (autrice della trasmissione Che tempo che fa), L’educazione delle fanciulle è un libro esilarante e serissimo, che parla di tutto o di tre cose sole: le donne, gli uomini, l’amore.



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Le colline di fronte
Silvia Ballestra

Tullio Pericoli è uno dei maggiori artisti italiani. La sua storia è densa e variegata, il suo tratto essenziale ed elegantissimo. L’arrivo a Milano, nel 1961 – in tasca ha un’affettuosa lettera di Zavattini – inaugura una stagione fortunata. I disegni per “Il Giorno”, poi per “Linus”, “la Repubblica”, “L’Espresso”, il lungo e fecondo sodalizio con Emanuele Pirella, rivelano anno dopo anno un talento particolare, sempre sorretto da un’ironia fresca, che si afferma con forza anche all’estero. La pittura, il vero amore di una vita, si dispiega poi sulle tele, e protagonisti diventano i paesaggi conosciuti all’inizio e poi amati per sempre, ammirati e trasformati nei colori, densi di sinuosità e stupori. Con divertita complicità, Silvia Ballestra ce ne racconta la vita, la complessità di artista, la condizione di intellettuale, fra incontri importanti, suggestioni letterarie, rievocazioni, confessioni, analisi, scegliendo – con sensibilità di scrittrice a lui vicina per origine e inclinazione – di ripercorrerne i molteplici passaggi e snodi con, sullo sfondo, la Milano dell’industria culturale dal boom sino a oggi. Un viaggio che la scrittrice, con la sua inconfondibile voce, compie dentro e fuori lo studio di Tullio Pericoli, fra i tavoli magici e i ritratti di scrittori celebri in tutto il mondo, spaziando dalle pagine di giornale alle gallerie d’arte, ai colli ascolani, accompagnata dai preziosi ricordi del protagonista.

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Alla mia sinistra
Federico Rampini

"Avevo il dovere di scrivere questo libro. Perché ho due figli ventenni che affrontano, come tutti i loro coetanei, il mercato del lavoro più difficile dai tempi della Grande Depressione. Perché devo rispondere delle mie responsabilità: appartengo a una certa generazione della sinistra occidentale che ha creduto di poter migliorare la società usando il mercato e la globalizzazione. Oggi so che la sinistra ha commesso errori fatali, di cui sono stato partecipe. Il mercato e la globalizzazione sono stati al centro di un grande disegno egemonico, nato nel cuore della destra americana e dei grandi centri del potere capitalistico, che hanno smantellato senza pietà diritti e tutele dei lavoratori, rendendoci tutti più isolati e più deboli. Ho voluto sfogliare il mio album di famiglia, la storia che ho vissuto con un pezzo della sinistra italiana, europea, americana dagli anni Settanta a oggi, con cui ho condiviso utopie, lotte, abbagli, sbandate e illusioni, per capire le ragioni delle nostre sconfitte, quindi aprire una pagina nuova. Dalla deformazione dell'idea socialista in Cina alle enormi aspettative suscitate, e poi tradite, da Barack Obama negli Stati Uniti, fino all'impasse dell'integrazione europea: è urgente dare un senso al periodo storico che stiamo attraversando. Non usciremo dalla Grande Contrazione, questo terremoto finanziario, economico e sociale che ci ha investito, se non ricostruiamo nelle nostre società elementi di eguaglianza e di giustizia. Come negli anni Trenta, se non interviene un nuovo progetto riformatore il capitalismo rischia di distruggere la democrazia e il benessere collettivo. Plutocrazia, tecnocrazia, populismo, autoritarismo sono i mali che minacciano le nostre democrazie. L'Italia è un piccolo laboratorio mostruoso di queste patologie. Avendo vissuto un'esperienza pluridecennale da nomade della globalizzazione - in Europa, in America, in Asia - ho il dovere di dire ciò che è accaduto all'immagine del nostro paese nel mondo. Devo raccontare dal mio osservatorio attuale nell''Estremo Occidente' quali sono i costi dell'era Berlusconi, e anche le radici profonde del berlusconismo, che gli sopravvivranno, i vizi di un'Italia 'volgare e gaudente' con cui dovremo fare i conti anche dopo. Che cosa farà questa Italia 'da grande'? C'è ancora speranza? speranza? Esiste una vocazione forte per il nostro paese, in un mondo sconvolto da trasformazioni secolari? Alla sinistra, cui appartengo dai tempi della mia formazione europea e della mia militanza nel Pci, indico le possibili vie d'uscita attingendo alle mie esperienze nelle nazioni emergenti, dall'Asia al Brasile: perché non possiamo farci risucchiare in una sindrome del declino tutta interna all'Occidente. Esploro quello che si agita di nuovo nell'America di oggi, da New York alla California. Cerco di riscoprire quel che resta di un modello europeo valido per noi. Una cosa che mi è sempre piaciuta della sinistra è la sua idea ottimista della Storia. La Storia siamo noi, nel senso che possiamo influire sul corso degli eventi. Riusciremo a farlo solo se troviamo una narrazione comune che tenga insieme i bisogni e le aspirazioni non di una sola categoria, non di una sola nazione, ma dell'umanità intera." (Federico Rampini)

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Aujourd'hui 12 December 2017

Tuesday 12/12, 18.57 /// PIOLALIBRI

Presentazione del libro "Quasi come sembra", ed. La Gru. In compagnia dell'autore Massimo Lapolla. Modera l'incontro Beppe Leonetti.
Massimo Lapolla (Torino, 1978). Fu politico da marciapiede, vive da qualche mese a Bruxelles, dove lavora alla rappresentanza della regione Piemonte. Nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo “Quasi come sembra” (Ed. La Gru) che racconta la storia bizzarra di 4 persone che si ritrovano a dover passare un mese in una villa sulle colline torinesi, senza possibilità di uscita. Il romanzo ha vinto il primo premio Laphroaig per l’opera più controversa, nell’ambito del Premio Augusta 2016. Scrive per non dimenticare, quando non si dimentica di scrivere.
 
 
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